Karate On Line

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Numero 1 - Marzo 2003

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FOCUS del Mese: Perchè praticare Karate?

Lo spunto per questo articolo mi è giunto da un recente dibattito sul Forum Fikta, in cui una praticante parlava del proprio "smarrimento".

Perché pratico Karate?

La risposta banale ma immediata sarebbe: perché non dovrei?

Se “deve” esistere una motivazione per fare una cosa, deve esistere necessariamente una motivazione per non farla.

Questo lavoro non vuole avere un significato didattico e meno ancora voler spiegare il karate. Si tratta, con molta modestia ed onesta, di una serie di riflessioni personali. Un tentativo di spiegare, prima  a me stesso e poi agli altri, cosa mi spinge a quasi 43 anni, a sudare in palestra, a sopportare dolori fisici, a sacrificare buona parte del mio tempo libero, dedicandolo alla pratica del karate. In altre parole mi racconto una parte della mia vita. La propongo con lo scopo unico di fornire degli spunti, a chi vorrà leggere, per riflettere e magari domani, o tra dieci anni, di poterci confrontare.

I miei Inizi

Da ragazzo iniziai a praticare Ju Do. Più per caso che per scelta. A quell’epoca riuscii a comprendere solo il lato fisico ed atletico di quella attività. Ogni risvolto spirituale mi era del tutto estraneo. La pratica mi divertiva, mi sentivo più sicuro perché “capace” di difendermi da un eventuale aggressore. Praticai per circa tre anni. Fino ad arrivare al grado di cintura blu. Nel frattempo iniziai altre attività, subacquea e soprattutto basket. Un giorno mi trovai a fare i conti con il tempo e con gli impegni. Fui costretto, in un certo senso, a scegliere cosa fare. Inevitabilmente abbandonai lo Ju Do. Avevo fatto una classifica di gradimento e l’attività che mi divertiva meno era quella. Avendo raggiunto un livello buono, pensavo che non avrei più appreso nulla. Già da tempo avevo perso l’entusiasmo, da tempo non avvertivo più la medesima voglia di allenarmi.

Nel corso degli anni ho potuto rendermi conto che alcune delle tecniche apprese, ripetute decine e decine di volte, facevano parte del mio bagaglio fisico. Il mio corpo le aveva acquisite, come se si fossero stampate nel mio codice genetico. Da questa consapevolezza, inizio un percorso autocritico. Ovvero comprendere dopo molti anni come ciò che avevo appreso era parte del mio essere individuo. Mi ritrovai spesso a pensare alle parole del mio maestro dell’epoca. Quando ai miei continui perché, rispondeva con l’ordine di eseguire una tecnica. Probabilmente questo processo mentale si è sviluppato anche grazie al mio lavoro. La frequentazione dei paesi Orientali, il conoscere meglio la loro cultura e la loro capacità di concentrazione, hanno sicuramente contribuito ad allargare i miei orizzonti.

Da ragazzo, come è comune a tanti, ho avuto la sensazione di avere appreso tutto ciò che mi poteva servire. Ho assunto anch’io quell’atteggiamento di supponenza tipico degli adolescenti che scoprono il sapore della vita e hanno la grandissima capacità di prenderne solo il boccone dolce, dimenticando quasi subito il sapore del boccone amaro, che inevitabilmente ognuno di noi ha dovuto, e spesso deve, assaggiare.

Crescendo, vivendo la quotidianità della nostra vita, mi sono reso conto di quante cose vi siano da imparare, di quanto piccoli siamo, di quanto sia enorme il nulla dentro il quale pensiamo di sapere tutto.

Sempre più spesso mi sono trovato a mettermi in discussione. Sia nelle cose importanti che in quelle banali. Mia moglie dice che questo atteggiamento è persino eccessivo. Per me è un’esigenza vitale, non accetto la mia mediocrità. In fondo è questo.

Guardando i miei figli crescere, mi sono spesso chiesto cosa stessi offrendo loro, cosa stessi trasmettendo loro. Il lavoro mi consente un tenore di vita decoroso, talvolta anche il superfluo. Quindi potevo offrire ai miei figli un benessere che forse io stesso non avevo conosciuto, a discapito però di altre cose, di altri valori.

Sentivo la necessità di condividere con loro qualcosa che andasse oltre la partita di calcio vista alla televisione o la vacanza al mare. Comprendevo anche la necessità fisica di intraprendere una attività sportiva. Per loro un bisogno reale di iniziare. Per me un bisogno salutare di riprendere.

Come in moltissime altre situazioni, il mondo moderno offre i classici schemi. Una miscela di moda e di tradizione. Basta un grande campione e tutti si trasformano in sciatori, cestisti, allenatori di calcio e via di questo passo. Gli stereotipi poi sono quelli radicati nel profondo della nostra cultura. Calcio e basket per i maschi, pallavolo o ginnastica artistica per le femmine. Altri sport, fatti più di sacrificio che di luci colorate, sono tuttora molto meno frequentati.

Nel 1992, quando io avevo 32 anni e mio figlio Roberto 10, le partite di basket e di calcio erano il nostro modo di stare insieme. Però capivo la necessità di mio figlio e di mia figlia di svolgere con regolarità una attività che consentisse loro uno sviluppo armonico del corpo. Da sempre sono convinto che lo sport aiuti a crescere meglio, sia fisicamente che mentalmente. L’aggregazione, lo stimolo della competizione, la difficoltà oggettiva di “nascondere” le proprie lacune. Tutte situazioni formative. Nel corpo e nella mente.

Forse affascinato dai film dell’epoca, mio figlio disse di voler praticare Karate. Io risposi che andava benissimo. Gli dissi: troviamo una palestra e iniziamo a praticarlo insieme.  Questo fu l’inizio della mia pratica. Casuale, ma probabilmente scritto nel mio destino, parte del mio karma.

La mia prima volta, fu nel novembre del 1992. Ricordo come fosse ora quella serata d’esordio. Un aneddoto, semplice, che serve però a spiegare ciò che dicevo in merito alle cose scritte nel codice genetico. Allacciarsi la cintura. Questa è di fatto la prima difficoltà che incontra chi inizia a praticare. Senza rendermi conto, mi allacciai la cintura correttamente. Come facevo 16-18 anni prima. Il mio istruttore lo notò subito. Quella cosa banale mi servì per rompere il mio piccolo guscio. Fu anche la prima lezione. Subito mi sentii “migliore”. Quella sensazione sottile di compiacimento che ci pervade ogni volta che una nostra azione ci viene riconosciuta come positiva. Subito dopo iniziò l’allenamento e mi resi rapidamente conto che allacciarmi la cintura era la sola cosa che sapevo “già” fare, forse meglio di altri.

Nel successivo mese di gennaio, a causa dei traumi giovanili, di quando giocavo a basket, si riacutizzò un’infiammazione al ginocchio destro, iniziai così a praticare a corrente alternata. Purtroppo, gestendo il corpo in modo anomalo, il mio menisco già malandato, decise che era giunto il momento della pensione. Quindi smisi ogni attività fino ai primi di marzo del 1993. Una volta superato l’intervento ripresi a praticare, dedicandomi però solo al karate. L’anno successivo iniziarono mia moglie e mia figlia a praticare.

Fino al 1997, quindi per circa 4 anni, tutta la mia famiglia praticava karate. È un caso, ma ripensando alla nostra famiglia, credo abbiano rappresentato uno dei periodi migliori. Avevamo qualche cosa da condividere insieme, al di fuori degli schemi.

Anche in questo caso, ho potuto osservare una coincidenza, che credo non sia del tutto casuale. Nel 1997 ho acquisito il grado di I dan. Ho analizzato criticamente la situazione. Ho trovato due risposte. La prima dipendente da me. Ovvero la mia determinazione e concentrazione sull’obiettivo, fecero da elemento catalizzatore nei confronti della mia famiglia. In un certo senso la mia euforia era tanto coinvolgente da togliere spazio ad altre sensazioni. La seconda è che la mia famiglia, compresa l’importanza che questo traguardo rappresentasse, mi ha sostenuto, senza darmi motivi di allentare la tensione, senza lasciare spazio a dubbi. In altre parole dandomi la serenità necessaria ad affrontare questa prova. La conclusione credo sia una miscela di entrambe le cose.

Purtroppo come spesso accade, le persone che praticano vivono questa realtà in maniera diversa. Il karate è per tutti, ma non tutti sono per il karate. Una regola espressa, dal significato estremamente ampio. Chi smette non è peggio o meglio di chi continua a praticare. Semplicemente non ha trovato delle risposte, oppure le ha trovate in un'altra attività, in una dimensione diversa. Oggi siamo rimasti io e mia moglie a praticare. I nostri figli hanno fatto scelte diverse.

La mia cintura gialla

Molto raramente un principiante inizia a praticare in modo completamente consapevole. Le motivazioni sono molteplici, tutte diverse e spesso tutte simili. Quasi mai si ha però la coscienza di iniziare una attività che va ben oltre un sano allenamento fisico. Solo dopo qualche mese si inizia a percepire in lontananza il sapore dei significati. Si avvertono sensazioni confuse. Contorni sfumati di un disegno che iniziamo ad intravedere.

I primi traguardi rappresentano le fondamenta del nostro futuro. La nostra reazione a questi traguardi sarà l’accompagnamento del nostro percorso. Che duri un anno o tutta la vita, sono convinto che siano queste prime sensazioni a sancire il distacco o l’unione definitivi.

Acquisire la prima cintura gialla ha il sapore dell’esordio vero e proprio. Più che un vero esame è una sorta di prova d’ammissione. Non avvertiamo alcuna vera responsabilità. Ma appena indossiamo la cintura gialla, scatta un meccanismo al nostro interno. Avvertiamo la responsabilità nei confronti di noi stessi.

Con la cintura bianca, la nostra mente è ancora del tutto ignara di ciò che accadrà. Iniziamo a conoscere le tecniche ed esercitarci. Iniziamo a conoscere il nostro corpo ed i meccanismi che ci consentono di memorizzare le sequenze. Corpo e mente come due entità, non come una sola, massiccia e potente fonte della nostra individualità. Al tempo stesso abbiamo i nostri “alibi” precostituiti. Se commettiamo un errore, ci perdoniamo immediatamente. Siamo principianti, quindi l’errore è nostro compagno di viaggio. Ci critichiamo, nello stesso momento in cui ci assolviamo. Poi arriva il giorno. Il momento fatidico del “collegio giudicante”. In quel momento tutti i nostri alibi svaniscono. Ci troviamo di fronte a persone che devono giudicare il nostro livello. L’emozione e la tensione ci spingono a compiere gesti dei quali non abbiamo spesso neppure la consapevolezza. Chi è dotato di un carattere più forte, riesce magari a mascherare la tensione. Taluni cercano di capire quale sia il modo migliore per ottenere il risultato, cercando di interpretare il metro di giudizio che la commissione adotta. Ma siamo sempre pronti all’assoluzione di noi stessi.

Quando invece si indossa la cintura gialla, gli alibi si riducono. La cintura gialla è un segno di identificazione che non ci consente una così facile assoluzione. La tensione è maggiore, perché siamo consapevoli che l’errore non ci sarà “perdonato” come accadeva prima. Perché siamo consapevoli che dobbiamo dimostrare il miglioramento.

Se ci spostiamo brevemente in un ambito di analisi psicologica, possiamo notare come il primo passaggio sia ancora riconducibile al nostro essere bambino. Pretendiamo cioè che il nostro essere “bianche” evochi la benevolenza che ognuno ha nei confronti di un bambino che muove i primi passi. Ma già al secondo passo, la conferma della cintura gialla, quel nostro essere “bambini” lascia posto all’adulto che emerge, che deve dimostrare, che non può contare ulteriormente intensamente sulla certezza della benevolenza di chi è preposto ad esprimere un giudizio.

Chi possiede la capacità di osservare gli altri, avrà certamente notato come, poco prima degli esami, l’atteggiamento tenda spesso a farci apparire infantili. Da un lato rappresenta un modo di combattere la tensione, dall’altro evidenzia la nostra speranza di essere giudicati con benevolenza. Questo è il conflitto interiore tra la nostra parte adulta e la nostra parte bambina.

L’assegnazione delle cinture rappresenta un meccanismo perverso. Si combinano insieme la gratificazione, essenziale per la nostra cultura materialista, ed il giogo delle responsabilità. Da un lato siamo fieri ed orgogliosi di avere raggiunto un traguardo. Dall’altro avvertiamo sempre di più la responsabilità che lo stesso comporta.

Certo la cintura assolve al compito di tenere allacciata la giacca del Gi. Psicologicamente però diviene uno dei fili conduttori della pratica. La riprova di ciò è nella cintura nera. Giunti a quel traguardo la classificazione in Dan non è “tangibile”. Gli anni di pratica e l’esperienza non vengono ulteriormente testimoniate da un colore. La differenza viene testimoniata sul tatami e spesso (o almeno dovrebbe) al di fuori dello stesso.

Questo perché gli anni da principiante non servono ad “imparare” il karate. Servono a preparare mente e corpo (io sarei più propenso ad affermare mente) per apprendere il karate.

La mia cintura nera

Un obiettivo raggiunto può essere appagante. Lo è senza dubbio. Sfido chiunque ad affermare di non avere provato una sensazione di euforia da “vittoria” all’esame da primo Dan. Sfido chiunque ad affermare di non essersi sentiti bravi ed arrivati. La condizione umana ci porta a questo. Se la nostra mente è pronta, questa sensazione durerà molto poco. Se la nostra mente non è pronta, potrà durare a lungo, fino a portarci all’abbandono.

Quando indossai la cintura nera, ricordo la mia gioia. Il mio essere fiero di avere raggiunto quel traguardo. Subito dopo iniziai a pensare al secondo Dan.

Commisi un gravissimo errore. Immaginavo il secondo dan come una naturale evoluzione delle cose. Come una conseguenza. Ebbi la presunzione di essere perfino in grado di insegnare. Ma l’insidia della supponenza era dietro l’angolo. La concentrazione era calata. La voglia di apprendere e migliorare era più legata a nuovi Kata, a nuove tecniche. Davo per scontate, per acquisite le altre tecniche. Non avevo compreso che nel mio codice genetico quelle tecniche erano solo minuscole tracce. Che solo la pratica, la ripetizione, la continua ricerca della perfezione avrebbero trasformato quelle tracce in solchi.

Impiegai più di un anno per capire i miei errori. Anche la vita mi presentò un conto, sotto forma di acciacchi fisici, che mi impedirono di allenarmi con regolarità. Una fastidiosa borsite al gomito mi ha bloccato proprio quando stavo riprendendo ritmo e consapevolezza.

Agli occhi di alcuni è come se avessi perduto un anno. Oggi potrei già essere Terzo Dan. Dentro di me invece ho compreso che non è così. Che mi è servito, come mi sono serviti i rimproveri e a volte l’umiliazione di fronte ai compagni di allenamento.

Io e i Maestri

I bambini hanno la mente ancora libera dai troppi pregiudizi. Sono portati a giudicare tutto bianco o tutto nero. Adorano il proprio maestro o non lo sopportano. Crescendo il divario tra studente e insegnante aumenta. Aumenta la conflittualità. Solo quando l’individuo raggiunge una certa maturità, il giudizio diviene più obiettivo. Non è raro ripensare al proprio insegnante e rileggerlo. Comprendere solo dopo molti anni, il senso del suo insegnamento.

Anche il karate non sfugge a questa regola non scritta. Nella nostra educazione occidentale, chi insegna “deve” insegnare. Come se le parti fossero invertite. Non più lo studente che “deve” imparare. Un equilibrio strano, figlio del nostro modo di pensare orientato al “tutto ci è dovuto”. In oriente l’insegnante rappresenta la guida. Il maestro è colui che è più avanti di noi nel cammino e che quindi conosce già, per averlo vissuto prima, il percorso. Grazie a lui la nostra strada è illuminata. Non sarà mai più facile, semplicemente potremo vedere in quale direzione andare. Ma gli ostacoli e le difficoltà toccheranno sempre a noi. Se sapremo superarle, potremo proseguire il cammino. Se non ne saremo in grado, il maestro ci tenderà la mano, cercherà di stimolarci, di invitarci a proseguire. Ma saremo sempre noi a dover trovare dentro noi stessi la motivazione a continuare il viaggio.

Queste cose, tanto semplici da apparire banali, si comprendono solo dopo alcuni anni. A volte non si comprendono mai. Perché sempre, in ogni momento, noi giudichiamo prima gli altri di noi stessi. Se non apprendiamo un kata o una sequenza di tecniche, cerchiamo subito la giustificazione. La più semplice è accusare altri. La più semplice è affermare che il nostro insegnante non è all’altezza. Questo tipo di sensazione è frequente, specialmente nelle cinture colorate. Si è portati al paragone. Arriva un supplente o comunque un grado più elevato, che ha un metodo proprio ed una propria personalità, noi subito a trovare il difetto del nostro insegnante abituale ed i pregi di quello che abbiamo di fronte.

Pochissimi si rendono conto che è soprattutto la volontà di apprendere a fare la differenza. Il nostro insegnate abituale rappresenta la normalità, la consuetudine e l’abitudine. L’insegnante occasionale è il nuovo, il diverso. Da ciò deriva una nostra maggiore curiosità, un nostro desiderio maggiore di apprendere, perché mentalmente il nuovo affascina. Perché si rompe uno schema (quello della pratica) che è pesante e duro. Uno schema nuovo viene accolto con favore. Ci dimentichiamo però che se quel nuovo schema diventa abituale, una volta esaurita la carica emotiva legata alla novità, si ridimensiona e diviene come quello di prima.

Oggi, con poco più di dieci anni di pratica alle spalle, credo di poter distinguere le qualità di un insegnante. Il livello superiore, la maggiore anzianità di pratica sono abbastanza evidenti. Proprio per questo posso apprezzare maggiormente il mio istruttore. A molti sarà capitato di allenarsi con un grande maestro e magari al fianco del proprio istruttore o maestro. Non so quanti di noi abbiano saputo resistere alla tentazione di misurarsi. Di giudicare. Credo pochi, perlomeno nel nostro intimo credo che tutti lo abbiamo fatto qualche volta.

Per questo sorrido, qualche volta meno, quando sento dire che il tal maestro è più bravo del nostro, che il metodo di insegnamento è migliore, che con lui si capisce e con il nostro invece no.

Certo, anch’io ho pensato a volte queste cose. Senza mai però perdere una cosa essenziale, sulla quale si basa la mia visione del karate: il rispetto. Molti di noi sono bravissimi a cucinare un piatto gustoso, magari la domenica o per una cena con gli amici. Ma questo non vuol dire che chi cucina ogni giorno ed ogni giorno fa del suo meglio per prepararci la cena sia meno bravo di noi.

Un maestro arriva, ci allena per due ore. In quelle due ore ci trasmette il suo messaggio. Noi siamo predisposti e felici di riceverlo. A maggiore ragione dovremmo essere in grado di apprezzare chi ci allena tutti i giorni. Chi tutti i giorni si sgola e si sforza di plasmare le nostre doti tecniche e cerca, magari a modo suo, di  trasmetterci il senso di ciò che facciamo.

Certo, a volte non condivido un atteggiamento o un modo di fare. Praticare karate non vuol dire annullare la propria personalità e diventare parte di un branco. Ma questo non deve prescindere da un sentimento di riconoscenza e gratitudine. Ad ogni mia cintura, ad ogni mio esame, ad ogni successo, piccolo o grande che sia, hanno contribuito la mia volontà ed il lavoro quotidiano e continuo del mio insegnante. Le due cose unite, in maniera indissolubile. Forse in altre palestre il mio percorso sarebbe stato più rapido, forse oggi sarei già terzo dan. Ma non lo sarei dentro di me. Oggi mi sento pronto dentro per affrontare l’esame. Esternamente mi occorre ancora dell’allenamento. Ma non è questo il punto. Il punto è che il Dan in se non significa molto, è solo un riconoscimento del mio livello. Quello che conta è sentire dentro di se che il cammino è iniziato. Questo conta veramente. Quindi qualcuno mi ci ha portato e questo è molto, molto importante per me. Io sono consapevole che il giorno in cui sarò di fronte ad una commissione, la mia responsabilità sarà enorme. Non dovrò solo dimostrare di essere pronto. Non dovrò solo dimostrare di essere migliorato. In quel momento sarò io a rappresentare la mia scuola. Quindi il mio istruttore ed i miei maestri. Il traguardo sarà mio, solo io potrò superare l’ostacolo. Ma non sarà mai solo una cosa mia. Questo è importante per me.

L’inizio del cammino: il Do

Nella nostra cultura siamo da sempre abituati a trovare delle motivazioni, delle spiegazioni. Seguiamo di ogni cosa il profilo della logica, quella che appartiene ad ognuno di noi.

Le nostre azioni, dalle più semplici fino alle strategie più complesse, seguono sempre un tracciato, che porta all’obiettivo che ci prefiggiamo. Una volta stabilito il punto di arrivo, elaboriamo mentalmente una sequenza di azioni che serviranno allo scopo.

Se ci fermiamo a pensare, scopriamo che ogni cosa noi facciamo segue questo schema.

Diviene esigenza vitale sapere il perché, la ragione, il motivo.

A volte noi stessi ci ribelliamo a questa consuetudine. Trasgrediamo. Compiamo azioni che non hanno nessun senso logico, se non quello di darci piacere o soddisfazione. Lasciamo che sia l’istinto a guidarci, lasciamo che le cose accadano, perché desideriamo rompere uno schema che ci ingabbia.

Taluni individuano in questi atteggiamenti una debolezza d’animo. Altri classificano le azioni “illogiche” con motivazioni “logiche”. Perché tutto ciò che noi siamo e facciamo è da sempre dato in pasto ad un collegio giudicante. Gli altri. Coloro che per una ragione a noi ignota, si eleggono giudici delle nostre azioni. Siamo accettati fin quando ogni nostro gesto è fedele agli schemi. Se rompiamo lo schema, troviamo immediatamente complici e giudici.

I complici sono coloro che hanno il nostro stesso bisogno di trasgredire. Spesso non ne hanno il coraggio ed attendono qualcuno, colui che compie il primo passo. I giudici sono tutti gli altri. Coloro che non sentendo questo bisogno, non lo comprendono. Ma sono anche coloro che pur avvertendo lo stesso bisogno, lo reprimono, per la paura interiore di rompere lo schema. All’interno del grande recinto della consuetudine, tutti sappiamo come muoverci, come affrontare le situazioni. Al di fuori di questo grande recinto, ci sono le cose che non conosciamo.

La pratica del karate aiuta ad affrontare queste cose. Essere pronti mentalmente ad affrontare tutto ciò che la vita porta ogni giorno davanti alla nostra porta. Superare le difficoltà, senza dimenticare di aiutare chi viene dietro di noi.

Ripetere mille volte un kata, travolge la logica. Ripetere migliaia e migliaia di volte una tecnica, sembra cosa superflua. La nostra mente è selettiva. Non appena la fatica si avverte nel corpo la mente subentra in difesa del nostro organismo. La logica impone di fermarci. Il karate ci impone di continuare. Ciò può apparire illogico. Può apparire immotivato. Invece significa spostare sempre avanti il nostro limite. L’appagamento è il peggiore nemico. Se ci sentiamo appagati, non potremo migliorare. Se arriviamo al nostro limite e non lo superiamo mai, conosceremo di noi stessi tutto quanto è dentro il nostro recinto. Ma sempre e solo quello.

Quando invece insistiamo nella pratica, quando la mente ci porta oltre l’ostacolo, non solo spostiamo il nostro limite, non solo miglioriamo, conosciamo meglio noi stessi. La nostra mente.

Queste situazioni sono presenti nella pratica del karate. Ogni giorno, ogni allenamento, il mio pensiero insegue un solo unico scopo. Migliorare. Oggi, al mio livello, riesco in questo intento 3 volte su 10. Ma questa non è una sconfitta. È uno stimolo a continuare, per arrivare a riuscirci sempre di più.

Ogni giorno, quando mi sveglio, penso alle cose da fare durante la giornata. Penso anche a cosa imparerò quel giorno. Perché non passa un giorno senza apprendere qualche cosa. Basta non essere ciechi o troppo pieni di se. Con una piccola dose di umiltà, anche solo interiore, apriamo la grande porta della conoscenza.

Allo stesso modo, quando inizia un allenamento, ringraziando il mio Maestro per quello che mi insegnerà, penso a cosa imparerò, a quale piccola o grande domanda troverò una risposta. Alla fine dell’allenamento, dopo aver ringraziato il mio Maestro per ciò che mi ha insegnato, tornando a casa, ripenso agli esercizi eseguiti, alle cose fatte. Come mi capita magari il giorno dopo. Molto raramente accadde di non essere colto dallo stupore di capire di avere imparato qualche cosa. Quando mi capita di pensare di non avere imparato nulla, mi rimprovero ed alla lezione successiva raddoppio l’impegno.

Arriverò a tirare un calcio eccellente? Un pugno perfetto? Non lo so, certo proverò ad arrivare sempre più in alto. Ma di una cosa sono certo. Forse dopo diecimila mae geri il mio calcio sarà ancora brutto, ma dentro sarò sicuramente un uomo migliore.

pagina a cura di Moreno Bertoni

 

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