Perché pratico Karate?
La risposta banale ma immediata
sarebbe: perché non dovrei?
Se “deve” esistere una motivazione
per fare una cosa, deve esistere necessariamente una motivazione per non
farla.
Questo lavoro non vuole avere un significato
didattico e meno ancora voler spiegare il karate. Si tratta, con molta
modestia ed onesta, di una serie di riflessioni personali. Un tentativo di
spiegare, prima a me stesso e poi agli altri, cosa mi spinge a quasi 43
anni, a sudare in palestra, a sopportare dolori fisici, a sacrificare
buona parte del mio tempo libero, dedicandolo alla pratica del karate. In
altre parole mi racconto una parte della mia vita. La propongo con lo
scopo unico di fornire degli spunti, a chi vorrà leggere, per riflettere e
magari domani, o tra dieci anni, di poterci confrontare.
I miei Inizi
Da ragazzo iniziai a praticare Ju
Do. Più per caso che per scelta. A quell’epoca riuscii a comprendere solo
il lato fisico ed atletico di quella attività. Ogni risvolto spirituale mi
era del tutto estraneo. La pratica mi divertiva, mi sentivo più sicuro
perché “capace” di difendermi da un eventuale aggressore. Praticai per
circa tre anni. Fino ad arrivare al grado di cintura blu. Nel frattempo
iniziai altre attività, subacquea e soprattutto basket. Un giorno mi
trovai a fare i conti con il tempo e con gli impegni. Fui costretto, in un
certo senso, a scegliere cosa fare. Inevitabilmente abbandonai lo Ju Do.
Avevo fatto una classifica di gradimento e l’attività che mi divertiva
meno era quella. Avendo raggiunto un livello buono, pensavo che non avrei
più appreso nulla. Già da tempo avevo perso l’entusiasmo, da tempo non
avvertivo più la medesima voglia di allenarmi.
Nel corso degli anni ho potuto
rendermi conto che alcune delle tecniche apprese, ripetute decine e decine
di volte, facevano parte del mio bagaglio fisico. Il mio corpo le aveva
acquisite, come se si fossero stampate nel mio codice genetico. Da questa
consapevolezza, inizio un percorso autocritico. Ovvero comprendere dopo
molti anni come ciò che avevo appreso era parte del mio essere individuo.
Mi ritrovai spesso a pensare alle parole del mio maestro dell’epoca.
Quando ai miei continui perché, rispondeva con l’ordine di eseguire una
tecnica. Probabilmente questo processo mentale si è sviluppato anche
grazie al mio lavoro. La frequentazione dei paesi Orientali, il conoscere
meglio la loro cultura e la loro capacità di concentrazione, hanno
sicuramente contribuito ad allargare i miei orizzonti.
Da ragazzo, come è comune a tanti,
ho avuto la sensazione di avere appreso tutto ciò che mi poteva servire.
Ho assunto anch’io quell’atteggiamento di supponenza tipico degli
adolescenti che scoprono il sapore della vita e hanno la grandissima
capacità di prenderne solo il boccone dolce, dimenticando quasi subito il
sapore del boccone amaro, che inevitabilmente ognuno di noi ha dovuto, e
spesso deve, assaggiare.
Crescendo, vivendo la quotidianità
della nostra vita, mi sono reso conto di quante cose vi siano da imparare,
di quanto piccoli siamo, di quanto sia enorme il nulla dentro il quale
pensiamo di sapere tutto.
Sempre più spesso mi sono trovato a
mettermi in discussione. Sia nelle cose importanti che in quelle banali.
Mia moglie dice che questo atteggiamento è persino eccessivo. Per me è
un’esigenza vitale, non accetto la mia mediocrità. In fondo è questo.
Guardando i miei figli crescere, mi
sono spesso chiesto cosa stessi offrendo loro, cosa stessi trasmettendo
loro. Il lavoro mi consente un tenore di vita decoroso, talvolta anche il
superfluo. Quindi potevo offrire ai miei figli un benessere che forse io
stesso non avevo conosciuto, a discapito però di altre cose, di altri
valori.
Sentivo la necessità di condividere
con loro qualcosa che andasse oltre la partita di calcio vista alla
televisione o la vacanza al mare. Comprendevo anche la necessità fisica di
intraprendere una attività sportiva. Per loro un bisogno reale di
iniziare. Per me un bisogno salutare di riprendere.
Come in moltissime altre situazioni,
il mondo moderno offre i classici schemi. Una miscela di moda e di
tradizione. Basta un grande campione e tutti si trasformano in sciatori,
cestisti, allenatori di calcio e via di questo passo. Gli stereotipi poi
sono quelli radicati nel profondo della nostra cultura. Calcio e basket
per i maschi, pallavolo o ginnastica artistica per le femmine. Altri
sport, fatti più di sacrificio che di luci colorate, sono tuttora molto
meno frequentati.
Nel 1992, quando io avevo 32 anni e
mio figlio Roberto 10, le partite di basket e di calcio erano il nostro
modo di stare insieme. Però capivo la necessità di mio figlio e di mia
figlia di svolgere con regolarità una attività che consentisse loro uno
sviluppo armonico del corpo. Da sempre sono convinto che lo sport aiuti a
crescere meglio, sia fisicamente che mentalmente. L’aggregazione, lo
stimolo della competizione, la difficoltà oggettiva di “nascondere” le
proprie lacune. Tutte situazioni formative. Nel corpo e nella mente.
Forse affascinato dai film
dell’epoca, mio figlio disse di voler praticare Karate. Io risposi che
andava benissimo. Gli dissi: troviamo una palestra e iniziamo a
praticarlo insieme. Questo fu l’inizio della mia pratica. Casuale, ma
probabilmente scritto nel mio destino, parte del mio karma.
La mia prima volta, fu nel novembre
del 1992. Ricordo come fosse ora quella serata d’esordio. Un aneddoto,
semplice, che serve però a spiegare ciò che dicevo in merito alle cose
scritte nel codice genetico. Allacciarsi la cintura. Questa è di fatto la
prima difficoltà che incontra chi inizia a praticare. Senza rendermi
conto, mi allacciai la cintura correttamente. Come facevo 16-18 anni
prima. Il mio istruttore lo notò subito. Quella cosa banale mi servì per
rompere il mio piccolo guscio. Fu anche la prima lezione. Subito mi sentii
“migliore”. Quella sensazione sottile di compiacimento che ci pervade ogni
volta che una nostra azione ci viene riconosciuta come positiva. Subito
dopo iniziò l’allenamento e mi resi rapidamente conto che allacciarmi la
cintura era la sola cosa che sapevo “già” fare, forse meglio di altri.
Nel successivo mese di gennaio, a
causa dei traumi giovanili, di quando giocavo a basket, si riacutizzò
un’infiammazione al ginocchio destro, iniziai così a praticare a corrente
alternata. Purtroppo, gestendo il corpo in modo anomalo, il mio menisco
già malandato, decise che era giunto il momento della pensione. Quindi
smisi ogni attività fino ai primi di marzo del 1993. Una volta superato
l’intervento ripresi a praticare, dedicandomi però solo al karate. L’anno
successivo iniziarono mia moglie e mia figlia a praticare.
Fino al 1997, quindi per circa 4
anni, tutta la mia famiglia praticava karate. È un caso, ma ripensando
alla nostra famiglia, credo abbiano rappresentato uno dei periodi
migliori. Avevamo qualche cosa da condividere insieme, al di fuori degli
schemi.
Anche in questo caso, ho potuto
osservare una coincidenza, che credo non sia del tutto casuale. Nel 1997
ho acquisito il grado di I dan. Ho analizzato criticamente la situazione.
Ho trovato due risposte. La prima dipendente da me. Ovvero la mia
determinazione e concentrazione sull’obiettivo, fecero da elemento
catalizzatore nei confronti della mia famiglia. In un certo senso la mia
euforia era tanto coinvolgente da togliere spazio ad altre sensazioni. La
seconda è che la mia famiglia, compresa l’importanza che questo traguardo
rappresentasse, mi ha sostenuto, senza darmi motivi di allentare la
tensione, senza lasciare spazio a dubbi. In altre parole dandomi la
serenità necessaria ad affrontare questa prova. La conclusione credo sia
una miscela di entrambe le cose.
Purtroppo come spesso accade, le
persone che praticano vivono questa realtà in maniera diversa. Il karate è
per tutti, ma non tutti sono per il karate. Una regola espressa, dal
significato estremamente ampio. Chi smette non è peggio o meglio di chi
continua a praticare. Semplicemente non ha trovato delle risposte, oppure
le ha trovate in un'altra attività, in una dimensione diversa. Oggi siamo
rimasti io e mia moglie a praticare. I nostri figli hanno fatto scelte
diverse.
La mia cintura gialla
Molto raramente un principiante
inizia a praticare in modo completamente consapevole. Le motivazioni sono
molteplici, tutte diverse e spesso tutte simili. Quasi mai si ha però la
coscienza di iniziare una attività che va ben oltre un sano allenamento
fisico. Solo dopo qualche mese si inizia a percepire in lontananza il
sapore dei significati. Si avvertono sensazioni confuse. Contorni sfumati
di un disegno che iniziamo ad intravedere.
I primi traguardi rappresentano le
fondamenta del nostro futuro. La nostra reazione a questi traguardi sarà
l’accompagnamento del nostro percorso. Che duri un anno o tutta la vita,
sono convinto che siano queste prime sensazioni a sancire il distacco o
l’unione definitivi.
Acquisire la prima cintura gialla ha
il sapore dell’esordio vero e proprio. Più che un vero esame è una sorta
di prova d’ammissione. Non avvertiamo alcuna vera responsabilità. Ma
appena indossiamo la cintura gialla, scatta un meccanismo al nostro
interno. Avvertiamo la responsabilità nei confronti di noi stessi.
Con la cintura bianca, la nostra
mente è ancora del tutto ignara di ciò che accadrà. Iniziamo a conoscere
le tecniche ed esercitarci. Iniziamo a conoscere il nostro corpo ed i
meccanismi che ci consentono di memorizzare le sequenze. Corpo e mente
come due entità, non come una sola, massiccia e potente fonte della nostra
individualità. Al tempo stesso abbiamo i nostri “alibi” precostituiti. Se
commettiamo un errore, ci perdoniamo immediatamente. Siamo principianti,
quindi l’errore è nostro compagno di viaggio. Ci critichiamo, nello stesso
momento in cui ci assolviamo. Poi arriva il giorno. Il momento fatidico
del “collegio giudicante”. In quel momento tutti i nostri alibi
svaniscono. Ci troviamo di fronte a persone che devono giudicare il nostro
livello. L’emozione e la tensione ci spingono a compiere gesti dei quali
non abbiamo spesso neppure la consapevolezza. Chi è dotato di un carattere
più forte, riesce magari a mascherare la tensione. Taluni cercano di
capire quale sia il modo migliore per ottenere il risultato, cercando di
interpretare il metro di giudizio che la commissione adotta. Ma siamo
sempre pronti all’assoluzione di noi stessi.
Quando invece si indossa la cintura
gialla, gli alibi si riducono. La cintura gialla è un segno di
identificazione che non ci consente una così facile assoluzione. La
tensione è maggiore, perché siamo consapevoli che l’errore non ci sarà
“perdonato” come accadeva prima. Perché siamo consapevoli che dobbiamo
dimostrare il miglioramento.
Se ci spostiamo brevemente in un
ambito di analisi psicologica, possiamo notare come il primo passaggio sia
ancora riconducibile al nostro essere bambino. Pretendiamo cioè che il
nostro essere “bianche” evochi la benevolenza che ognuno ha nei confronti
di un bambino che muove i primi passi. Ma già al secondo passo, la
conferma della cintura gialla, quel nostro essere “bambini” lascia posto
all’adulto che emerge, che deve dimostrare, che non può contare
ulteriormente intensamente sulla certezza della benevolenza di chi è
preposto ad esprimere un giudizio.
Chi possiede la capacità di
osservare gli altri, avrà certamente notato come, poco prima degli esami,
l’atteggiamento tenda spesso a farci apparire infantili. Da un lato
rappresenta un modo di combattere la tensione, dall’altro evidenzia la
nostra speranza di essere giudicati con benevolenza. Questo è il conflitto
interiore tra la nostra parte adulta e la nostra parte bambina.
L’assegnazione delle cinture
rappresenta un meccanismo perverso. Si combinano insieme la
gratificazione, essenziale per la nostra cultura materialista, ed il giogo
delle responsabilità. Da un lato siamo fieri ed orgogliosi di avere
raggiunto un traguardo. Dall’altro avvertiamo sempre di più la
responsabilità che lo stesso comporta.
Certo la cintura assolve al compito
di tenere allacciata la giacca del Gi. Psicologicamente però diviene uno
dei fili conduttori della pratica. La riprova di ciò è nella cintura nera.
Giunti a quel traguardo la classificazione in Dan non è “tangibile”. Gli
anni di pratica e l’esperienza non vengono ulteriormente testimoniate da
un colore. La differenza viene testimoniata sul tatami e spesso (o almeno
dovrebbe) al di fuori dello stesso.
Questo perché gli anni da
principiante non servono ad “imparare” il karate. Servono a preparare
mente e corpo (io sarei più propenso ad affermare mente) per apprendere il
karate.
La mia cintura nera
Un obiettivo raggiunto può essere
appagante. Lo è senza dubbio. Sfido chiunque ad affermare di non avere
provato una sensazione di euforia da “vittoria” all’esame da primo Dan.
Sfido chiunque ad affermare di non essersi sentiti bravi ed arrivati. La
condizione umana ci porta a questo. Se la nostra mente è pronta, questa
sensazione durerà molto poco. Se la nostra mente non è pronta, potrà
durare a lungo, fino a portarci all’abbandono.
Quando indossai la cintura nera,
ricordo la mia gioia. Il mio essere fiero di avere raggiunto quel
traguardo. Subito dopo iniziai a pensare al secondo Dan.
Commisi un gravissimo errore.
Immaginavo il secondo dan come una naturale evoluzione delle cose. Come
una conseguenza. Ebbi la presunzione di essere perfino in grado di
insegnare. Ma l’insidia della supponenza era dietro l’angolo. La
concentrazione era calata. La voglia di apprendere e migliorare era più
legata a nuovi Kata, a nuove tecniche. Davo per scontate, per acquisite le
altre tecniche. Non avevo compreso che nel mio codice genetico quelle
tecniche erano solo minuscole tracce. Che solo la pratica, la ripetizione,
la continua ricerca della perfezione avrebbero trasformato quelle tracce
in solchi.
Impiegai più di un anno per capire i
miei errori. Anche la vita mi presentò un conto, sotto forma di acciacchi
fisici, che mi impedirono di allenarmi con regolarità. Una fastidiosa
borsite al gomito mi ha bloccato proprio quando stavo riprendendo ritmo e
consapevolezza.
Agli occhi di alcuni è come se
avessi perduto un anno. Oggi potrei già essere Terzo Dan. Dentro di me
invece ho compreso che non è così. Che mi è servito, come mi sono serviti
i rimproveri e a volte l’umiliazione di fronte ai compagni di allenamento.
Io e i Maestri
I bambini hanno la mente ancora
libera dai troppi pregiudizi. Sono portati a giudicare tutto bianco o
tutto nero. Adorano il proprio maestro o non lo sopportano. Crescendo il
divario tra studente e insegnante aumenta. Aumenta la conflittualità. Solo
quando l’individuo raggiunge una certa maturità, il giudizio diviene più
obiettivo. Non è raro ripensare al proprio insegnante e rileggerlo.
Comprendere solo dopo molti anni, il senso del suo insegnamento.
Anche il karate non sfugge a questa
regola non scritta. Nella nostra educazione occidentale, chi insegna
“deve” insegnare. Come se le parti fossero invertite. Non più lo studente
che “deve” imparare. Un equilibrio strano, figlio del nostro modo di
pensare orientato al “tutto ci è dovuto”. In oriente l’insegnante
rappresenta la guida. Il maestro è colui che è più avanti di noi nel
cammino e che quindi conosce già, per averlo vissuto prima, il percorso.
Grazie a lui la nostra strada è illuminata. Non sarà mai più facile,
semplicemente potremo vedere in quale direzione andare. Ma gli ostacoli e
le difficoltà toccheranno sempre a noi. Se sapremo superarle, potremo
proseguire il cammino. Se non ne saremo in grado, il maestro ci tenderà la
mano, cercherà di stimolarci, di invitarci a proseguire. Ma saremo sempre
noi a dover trovare dentro noi stessi la motivazione a continuare il
viaggio.
Queste cose, tanto semplici da
apparire banali, si comprendono solo dopo alcuni anni. A volte non si
comprendono mai. Perché sempre, in ogni momento, noi giudichiamo prima gli
altri di noi stessi. Se non apprendiamo un kata o una sequenza di
tecniche, cerchiamo subito la giustificazione. La più semplice è accusare
altri. La più semplice è affermare che il nostro insegnante non è
all’altezza. Questo tipo di sensazione è frequente, specialmente nelle
cinture colorate. Si è portati al paragone. Arriva un supplente o comunque
un grado più elevato, che ha un metodo proprio ed una propria personalità,
noi subito a trovare il difetto del nostro insegnante abituale ed i pregi
di quello che abbiamo di fronte.
Pochissimi si rendono conto che è
soprattutto la volontà di apprendere a fare la differenza. Il nostro
insegnate abituale rappresenta la normalità, la consuetudine e
l’abitudine. L’insegnante occasionale è il nuovo, il diverso. Da ciò
deriva una nostra maggiore curiosità, un nostro desiderio maggiore di
apprendere, perché mentalmente il nuovo affascina. Perché si rompe uno
schema (quello della pratica) che è pesante e duro. Uno schema nuovo viene
accolto con favore. Ci dimentichiamo però che se quel nuovo schema diventa
abituale, una volta esaurita la carica emotiva legata alla novità, si
ridimensiona e diviene come quello di prima.
Oggi, con poco più di dieci anni di
pratica alle spalle, credo di poter distinguere le qualità di un
insegnante. Il livello superiore, la maggiore anzianità di pratica sono
abbastanza evidenti. Proprio per questo posso apprezzare maggiormente il
mio istruttore. A molti sarà capitato di allenarsi con un grande maestro e
magari al fianco del proprio istruttore o maestro. Non so quanti di noi
abbiano saputo resistere alla tentazione di misurarsi. Di giudicare. Credo
pochi, perlomeno nel nostro intimo credo che tutti lo abbiamo fatto
qualche volta.
Per questo sorrido, qualche volta
meno, quando sento dire che il tal maestro è più bravo del nostro, che il
metodo di insegnamento è migliore, che con lui si capisce e con il nostro
invece no.
Certo, anch’io ho pensato a volte
queste cose. Senza mai però perdere una cosa essenziale, sulla quale si
basa la mia visione del karate: il rispetto. Molti di noi sono bravissimi
a cucinare un piatto gustoso, magari la domenica o per una cena con gli
amici. Ma questo non vuol dire che chi cucina ogni giorno ed ogni giorno
fa del suo meglio per prepararci la cena sia meno bravo di noi.
Un maestro arriva, ci allena per due
ore. In quelle due ore ci trasmette il suo messaggio. Noi siamo
predisposti e felici di riceverlo. A maggiore ragione dovremmo essere in
grado di apprezzare chi ci allena tutti i giorni. Chi tutti i giorni si
sgola e si sforza di plasmare le nostre doti tecniche e cerca, magari a
modo suo, di trasmetterci il senso di ciò che facciamo.
Certo, a volte non condivido un
atteggiamento o un modo di fare. Praticare karate non vuol dire annullare
la propria personalità e diventare parte di un branco. Ma questo non deve
prescindere da un sentimento di riconoscenza e gratitudine. Ad ogni mia
cintura, ad ogni mio esame, ad ogni successo, piccolo o grande che sia,
hanno contribuito la mia volontà ed il lavoro quotidiano e continuo del
mio insegnante. Le due cose unite, in maniera indissolubile. Forse in
altre palestre il mio percorso sarebbe stato più rapido, forse oggi sarei
già terzo dan. Ma non lo sarei dentro di me. Oggi mi sento pronto dentro
per affrontare l’esame. Esternamente mi occorre ancora dell’allenamento.
Ma non è questo il punto. Il punto è che il Dan in se non significa molto,
è solo un riconoscimento del mio livello. Quello che conta è sentire
dentro di se che il cammino è iniziato. Questo conta veramente. Quindi
qualcuno mi ci ha portato e questo è molto, molto importante per me. Io
sono consapevole che il giorno in cui sarò di fronte ad una commissione,
la mia responsabilità sarà enorme. Non dovrò solo dimostrare di essere
pronto. Non dovrò solo dimostrare di essere migliorato. In quel momento
sarò io a rappresentare la mia scuola. Quindi il mio istruttore ed i miei
maestri. Il traguardo sarà mio, solo io potrò superare l’ostacolo. Ma non
sarà mai solo una cosa mia. Questo è importante per me.
L’inizio del cammino: il Do
Nella nostra cultura siamo da sempre
abituati a trovare delle motivazioni, delle spiegazioni. Seguiamo di ogni
cosa il profilo della logica, quella che appartiene ad ognuno di noi.
Le nostre azioni, dalle più semplici
fino alle strategie più complesse, seguono sempre un tracciato, che porta
all’obiettivo che ci prefiggiamo. Una volta stabilito il punto di arrivo,
elaboriamo mentalmente una sequenza di azioni che serviranno allo scopo.
Se ci fermiamo a pensare, scopriamo
che ogni cosa noi facciamo segue questo schema.
Diviene esigenza vitale sapere il
perché, la ragione, il motivo.
A volte noi stessi ci ribelliamo a
questa consuetudine. Trasgrediamo. Compiamo azioni che non hanno nessun
senso logico, se non quello di darci piacere o soddisfazione. Lasciamo che
sia l’istinto a guidarci, lasciamo che le cose accadano, perché
desideriamo rompere uno schema che ci ingabbia.
Taluni individuano in questi
atteggiamenti una debolezza d’animo. Altri classificano le azioni
“illogiche” con motivazioni “logiche”. Perché tutto ciò che noi siamo e
facciamo è da sempre dato in pasto ad un collegio giudicante. Gli altri.
Coloro che per una ragione a noi ignota, si eleggono giudici delle nostre
azioni. Siamo accettati fin quando ogni nostro gesto è fedele agli schemi.
Se rompiamo lo schema, troviamo immediatamente complici e giudici.
I complici sono coloro che hanno il
nostro stesso bisogno di trasgredire. Spesso non ne hanno il coraggio ed
attendono qualcuno, colui che compie il primo passo. I giudici sono tutti
gli altri. Coloro che non sentendo questo bisogno, non lo comprendono. Ma
sono anche coloro che pur avvertendo lo stesso bisogno, lo reprimono, per
la paura interiore di rompere lo schema. All’interno del grande recinto
della consuetudine, tutti sappiamo come muoverci, come affrontare le
situazioni. Al di fuori di questo grande recinto, ci sono le cose che non
conosciamo.
La pratica del karate aiuta ad
affrontare queste cose. Essere pronti mentalmente ad affrontare tutto ciò
che la vita porta ogni giorno davanti alla nostra porta. Superare le
difficoltà, senza dimenticare di aiutare chi viene dietro di noi.
Ripetere mille volte un kata,
travolge la logica. Ripetere migliaia e migliaia di volte una tecnica,
sembra cosa superflua. La nostra mente è selettiva. Non appena la fatica
si avverte nel corpo la mente subentra in difesa del nostro organismo. La
logica impone di fermarci. Il karate ci impone di continuare. Ciò può
apparire illogico. Può apparire immotivato. Invece significa spostare
sempre avanti il nostro limite. L’appagamento è il peggiore nemico. Se ci
sentiamo appagati, non potremo migliorare. Se arriviamo al nostro limite e
non lo superiamo mai, conosceremo di noi stessi tutto quanto è dentro il
nostro recinto. Ma sempre e solo quello.
Quando invece insistiamo nella
pratica, quando la mente ci porta oltre l’ostacolo, non solo spostiamo il
nostro limite, non solo miglioriamo, conosciamo meglio noi stessi. La
nostra mente.
Queste situazioni sono presenti
nella pratica del karate. Ogni giorno, ogni allenamento, il mio pensiero
insegue un solo unico scopo. Migliorare. Oggi, al mio livello, riesco in
questo intento 3 volte su 10. Ma questa non è una sconfitta. È uno stimolo
a continuare, per arrivare a riuscirci sempre di più.
Ogni giorno, quando mi sveglio,
penso alle cose da fare durante la giornata. Penso anche a cosa imparerò
quel giorno. Perché non passa un giorno senza apprendere qualche cosa.
Basta non essere ciechi o troppo pieni di se. Con una piccola dose di
umiltà, anche solo interiore, apriamo la grande porta della conoscenza.
Allo stesso modo, quando inizia un
allenamento, ringraziando il mio Maestro per quello che mi insegnerà,
penso a cosa imparerò, a quale piccola o grande domanda troverò una
risposta. Alla fine dell’allenamento, dopo aver ringraziato il mio Maestro
per ciò che mi ha insegnato, tornando a casa, ripenso agli esercizi
eseguiti, alle cose fatte. Come mi capita magari il giorno dopo. Molto
raramente accadde di non essere colto dallo stupore di capire di avere
imparato qualche cosa. Quando mi capita di pensare di non avere imparato
nulla, mi rimprovero ed alla lezione successiva raddoppio l’impegno.
Arriverò a tirare un calcio
eccellente? Un pugno perfetto? Non lo so, certo proverò ad arrivare sempre
più in alto. Ma di una cosa sono certo. Forse dopo diecimila mae geri il
mio calcio sarà ancora brutto, ma dentro sarò sicuramente un uomo
migliore.
pagina a
cura di Moreno Bertoni