Le arti marziali giapponesi, come le
conosciamo noi oggi, hanno alla base la concezione fondamentale dell’uso
della katana (spada).
Il
budo (modo di vita caratteristico al guerriero giapponese) si è
evoluto dopo il periodo di pace feudale durato quasi due secoli e mezzo
(1603-1868, periodo Tokugawa), diventando un’espressione della identità
storica giapponese.
Musashi
ha insegnato per pochi anni l'arte della spada, in due periodi, fino
all’età di 40 anni e poi alla fine della sua vita quando viene invitato
dai daimyo nelle province di Owari e Izumo dove la sua scuola ebbe un buon
sviluppo per cui si ritiene che Musashi abbia passato lunghi periodi in
questi luoghi.
Il
metodo di combattimento praticato da Miyamoto Musashi rimane legato alla
sua personalità, infatti la scuola niten ryu non si sviluppa, né si
amplia, dopo la sua morte. Miyamoto desidera insegnare la sua arte al
grande pubblico ed esporre le sue teorie come un vero condottiero
militare; purtroppo, la sua epoca, è stata caratterizzata dalla fine delle
guerre e dall’inizio della pace feudale e della burocrazia. Musashi non ha
avuto l'occasione di applicare le sue conoscenze come un vero condottiere.
Questo è il motivo principale per cui il suo metodo, anche se molto
profondo, non ha dato origine a una scuola forte, come per esempio la
scuola di Yagyu Munenori.
Miyamoto Musashi non si è mai sposato, adotta un bambino a cui dà il suo
nome. Con lui ha girato tutto il Giappone fino a quando, a 51 anni, decide
di fermarsi nella località di Kokura, nel nord dell’isola di Kyushu.
Il
figlio adottivo entra a far parte del corpo di guardia del signore di
Kokura, dove anche Musashi rimane per sei anni.
In
questo periodo, i cristiani abitanti della provincia di Shimabara, a
nord-est dell’isola di Kyushu, si ribellano e il terzo shogun, Iemitsu
Tokugawa, soffoca la rivolta nel sangue.
Musashi
e Iori seguono il signore di Kokura in battaglia; il coraggio e la loro
maestria nell’uso delle armi vengono molto apprezzate. Alla sconfitta dei
cristiani le province del sud riconoscono l'autorità dello shogun.
Nell’anno 1639, il Giappone chiude le frontiere e i contatti con gli
stranieri per quasi due secoli e mezzo.
Nel
1640, all’età di 57 anni, Miyamoto Musashi è chiamato dal signore di
Kumamoto, Hosokawa Tadatoshi (il suo castello era situato nel centro
dell’isola di Kyushu), quale maestro d’armi.
Ottimo
il rapporto instauratosi tra Tadatoshi e Musashi, quest’ultimo redige una
tesi, che consegna al signore di Kumamoto, dal titolo Trentacinque
lezioni di tattica. In questa tesi, ordinata da Hosokawa Tadatoshi,
Miyamoto sviluppa una sintesi delle sue conoscenze e delle sue idee. Il
signore di Kumamoto muore per malattia tre mesi dopo; questa perdita
lascia dei grandi segni nel cuore di Musashi.
Verso
la fine della carriera, Miyamoto Musashi, dedica il suo tempo alla
calligrafia, alla pittura, alla cerimonia del te, alla scultura e alla
poesia; crea grandi opere di pittura rappresentanti passeri, dragoni e
divinità shinto. In qualità di eccezionale calligrafo lo troviamo
specialmente nell’opera Senki (Lo spirito della guerra). Egli ha
scolpito su legno le divinità Kwannon e Fudo Myo, rimarcandole di forza ed
espressività. Lavora anche il metallo e fonda una scuola specializzata
nella formazione di artigiani per la creazione delle tsuba (l’elsa
per la spada).
I suoi
quadri sono firmati con il sigillo Musashi o con il nome letterario "Niten"
(due cieli), che fa riferimento alla sua scuola di spada.
La
via che devi seguire da solo
- Evita
di cercare il piacere del corpo
- Devi
essere obiettivo in tutto quello che fai
- Non
devi essere avaro
- Non
devi avere rimorsi negli affari
- Non
devi invidiare mai nessuno, nel bene o nel male
- Non
devi odiare te stesso e gli altri
- Non
devi avere delle preferenze
- Non
devi cercare il conforto
- Non
devi cercare il cibo più buono per soddisfare il tuo corpo
- In
nessun momento della tua vita non devi cercare oggetti preziosi
- Non
ti devi ritirare mai davanti alle false credenze
- Non
ti devi lasciare tentare da altre cose che non siano le armi
- Devi
seguire sempre la via senza avere paura della morte
- Anche
se hai un’età avanzata non devi desiderare nuove aspirazioni
- Devi
venerare Budda e le altre divinità; ma non devi contare sempre su di loro
- Non
abbandonare mai la via della tattica.
Miyamoto Musashi-12 maggio 1645
Musashi, o kensei
Non
avete letto male, e noi non abbiamo fatto alcun errore di stampa: Musashi
era chiamato proprio o kensei, e non semplicemente o sensei.
In giapponese la differenza è fondamentale, sensei è il maestro,
kensei è il santo. Mihamoto Musashi era il santo della spada, perché
nessun ha saputo usare come lui, nella storia delle arti marziali, la
katana.
Non si
trova, nella sua biografia, il resoconto di nessun duello da lui perso.
Lui stesso dice: “Non so se fu dono divino, abilità naturale, o se ho
incontrato solo avversari inferiori. A trent’anni mi sono guardato
indietro, e ho ricercato il perché di una simile invincibilità: solo a
cinquant’anni ho messo a punto una via della strategia che sfruttava tutta
la mia esperienza”. Così è nato il libro forse più conosciuto della
tattica di combattimento, Go rin no sho, il libro dei cinque
cerchi, dove Musashi cerca di trasmettere le sue cognizioni, con un
linguaggio a volte oscuro, a volte fin troppo lapalissiano.
E’ un
testo difficile da... digerire, perché è calato in una realtà
completamente diversa dalla nostra, quella del Giappone medievale; il
linguaggio è a tratti tanto semplice da far sospettare che racchiuda
invece verità segrete, a volte impenetrabile e arcaico. Però è senza
dubbio un libro molto interessante: primo, perché offre uno spaccato di
vita e di storia che non troviamo facilmente in nessun altro trattato;
secondo, perché getta un po’ di luce sulla figura di questo samurai
avvolta nel mistero e nella leggenda.
Musashi
è vissuto nel diciassettesimo secolo, uccise il primo avversario a soli
tredici anni. Dopo di allora non si fermò più, abbracciando una vita
errabonda che lo portò in varie città del Giappone. Nel Libro
dei cinque cerchi, racconta di essere andato di provincia in
provincia, sostenendo incontri con non meno di sessanta maestri di varie
arti marziali, e di averli sempre vinti. Lo sconcertante è che, allora,
vincere significava uccidere; così si potrebbe definire Musashi un
killer infallibile, secondo la morale dei giorni nostri. Nel suo testo
la strategia insegnata porta all’annientamento fisico dell’avversario, e
non solo alla vittoria pura e semplice. Il samurai deve essere puro di
cuore e di mente, per poter avere la vittoria in pugno: in altre
parole, per riuscire a uccidere bisogna superare ogni paura contingente,
ogni elemento che possa distrarre e distogliere dall’unico scopo, la
vittoria.
Musashi,
dopo tutte le sue vittorie, si sente come svuotato, e si prende tempo per
ripensare la propria esistenza. Ormai si rende conto si sapere tutto
quanto è umanamente possibile conoscere sulla katana e sulla sua
arte, e non vuole nemmeno più degli avversari: sa già in partenza che gli
sarebbe facile batterli. Forse all’età della giovinezza, quando tutto è
fonte di entusiasmo, è subentrata la maturità dell’uomo che vuole cercare
motivi profondi nel proprio operato; forse, più semplicemente, Musashi è
stanco di fare il nomade, e decide di fermarsi. Fatto sta che trova un
luogo che gli piace, la caverna Reigendo e lì si ferma, per stendere il
Go rin no sho. Riesce a scriverlo tutto, in perfetta solitudine, e
dopo poche settimane muore: la data è certa, 19 maggio 1645.
Dei
suoi duelli si è scritto moltissimo, tanto che oggi facciamo fatica a
scernere la realtà dalla leggenda; per esempio, si racconta che un giorno
fosse a Ogura. Lì lo aspettava un certo Sasaki Kojiro, famoso guerriero,
passato alla storia delle arti marziali per aver dato vita a una
particolare tecnica di spada, che riprendeva il movimento a contraccolpo
della coda di una rondine in volo. Kojiro non aveva paura di
Musashi, e non esitò un attimo a sfidarlo. Il duello doveva aver luogo in
un’isola, a poche miglia da Ogura, alle otto del mattino. Musashi quella
notte andò a dormire nella casa di un conoscente fidato, e quando alla
mattina non lo trovarono nel suo alloggio, molti pensarono che la coda di
rondine di Kojiro gli avesse fatto paura. Ma Musashi giunse puntuale sul
posto convenuto per lo scontro: in mano, non aveva nulla. Kojiro avanzò
con la sua katana in pugno, una spada magnifica. Musashi si limitò a
prendere un remo dalla barca con cui era arrivato sull’isola, e lo modellò
rozzamente a forma di spada. Si difese solo con quello e vinse, in pochi
attimi, il tempo di lasciare a Kojiro l’illusione dell’attacco, per
spostarsi fulmineamente di lato e colpire il malcapitato con forza alla
testa. Kojiro stramazzò a terra, e si racconta che, in memoria
dell’avversario ucciso, Musashi rinunciasse alle sue due spade, proprio
lui, che aveva introdotto il nitonryu, cioè l’uso delle due spade.
Resta
comprovato storicamente che da quell’anno in poi Musashi smise di usare
spade vere nei duelli. Non fondò scuole, non volle allievi, non si cullò
sulle glorie passate: Musashi passò la sua vita studiando se stesso e la
via della strategia, l’unico credo che aveva. Rifiutò lo sfarzo e
il lusso che gli veniva offerto dai ricchi signori che lo avrebbero
ospitato volentieri, e all’età
di 60 anni, Miyamoto Musashi si ritira nelle grotte Ungan, sulla montagna
Kimpo, per cercare la calma necessaria per l'elaborazione della sua opera
Gorin no Sho (Il libro dei cinque anelli). Mihamoto Musashi il santo
è stato senza dubbio un uomo spietato, ma è stato anche un samurai schivo
e onesto, con un’etica integerrima, compatibilmente con il ruolo che il
destino gli aveva affidato.
Due
anni dopo, prossimo alla morte, scrive il messaggio finale: La via che
devi seguire da solo. Nello stesso giorno regala le sue spade agli
amici come ricordo, mentre la sua opera Gorin no Sho e la tesi
Trentacinque lezioni di tattica le consegna al suo discepolo, Terao
Nobuyuki.
Miyamoto Musashi muore il 19 maggio 1645, all’età di 62 anni. Quale ultimo
desiderio chiede che la cerimonia funebre avvenga con i paramenti da
guerra e la funzione officiata dal prete Shunzan del tempio Taisho-ji. Si
narra che alla fine della cerimonia si sia avvertito un grande boato
proveniente dal cielo anche se non vi era nessuna nuvola.
La sua
tomba, a quasi 6 chilometri dalla città di Kumamoto, sottolinea il luogo
dove Miyamoto Musashi entra nel mito.
a cura di Schiavoni Marco